"I Moka occupano, nella mia personale collezione di cd, ordinata in maniacale ordine alfabetico, la posizione limitrofa a quella dei Mogwai. Osservando la copertina di “I plan on leaving tomorrow” vengono inoltre in mente le opere del celebre pittore surrealista spagnolo Joan Mirò. I più svegli avranno già capito dove sto andando a parare... Ebbene si, inutile girarci intorno, confessiamo liberamente il nostro amore per il post-rock strumentale e lisergico, per le atmosfere liquefatte e malinconiche, per gli immensi muri di suono costruiti strato dopo strato, accendendo un pedale alla volta, innescando una reazione inarrestabile che condurrà fino all’esplosione catartica del massimo spessore, in una poetica che è tutta giocata sulla dinamica dei suoni piuttosto che non sulle strutture o sulle melodie. I plan on leaving tomorrow è un gran bel disco, quasi interamente strumentale (fa eccezione “August: it’s not the right month”, cantata in italiano), curato in ogni dettaglio, in cui i giovani romani dimostrano di maneggiare con perizia e disinvoltura il gergo post ingentilendolo con un delicato tocco cameristico, e anche di sapere fare un uso incredibilmente espressivo e maturo dello studio di registrazione. Per convincersene basta ascoltare un brano come “Mass-clow, matis-clow”, nella cui prima parte, dai toni vibrantemente minori, la batteria esegue un tumultuoso pattern con i piatti aperti, rimanendo lontana, sullo sfondo del missaggio, mentre in primissimo piano la chitarra sviluppa con poche note una querula litania appoggiata su uno straniante droning prodotto da archi e tremoli. La lenta mestizia di ciò che affiora rimane in drammatico contrasto con la violenza della ritmica in sottotraccia, finché tutto si ricongiunge nel parossismo dell’intensità dove, riequilibrati i volumi, sboccia una melodia distesa ed ottimista che esprime un nuovo stato emotivo di esausto e sereno abbandono. Molto bella anche la conclusiva “Excesses” il cui esplosivo epilogo, con reminiscenze spaziali che risalgono fino ai primi Pink Floyd, sfoga le ultime istanze psych della band. I Moka, va detto, ripropongono in modo calligrafico e tecnicamente perfetto un linguaggio già esplorato e completamente derivativo, ma nel loro di essere poco autonomi (e chi può vantare, nel 2003, una produzione rock autarchica scagli la prima pietra) riescono pienamente credibili pur confrontandosi con referenti strepitosi, ed anche eleganti, nello scandagliare con grandissimo gusto i luoghi comuni del genere e mantenendo un livello delle citazioni e dei riferimenti estremamente raffinato. Dimentico qualcosa? Ah si! Dal vivo sono entusiasmanti!"<br>
Bonanza (http://www.musicaroma.it)

