recensione di I plan on leaving tomorrow su www.rockemall.com
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Ci sono musiche psicotropaiche, che hanno effetti collaterali ed incontrollabili e che scaldano con un tepore perverso le giornate più fredde e taglienti: l’ascolto è ostico perché ingestibile ed ingestibile perché ad essere coinvolti sono i sensi. C’è un prezzo da pagare; il rischio è di rimanere soli con sé stessi in un territorio sconosciuto e disarmante, nudi, a confrontarsi solo e soltanto con i propri demoni e le proprie scomode fragilità.
Ogni qualvolta ci si imbatte in una dolce distorsione che costruisce un’armonia sconnessa e free jazz (o post-rock?) si è consapevoli di essere sul punto di entrare in un territorio altro, fatto di suoni sovrapposti che cozzano tra loro e si fondono per rubare il ruolo, sulla grande ruota della comunicazione, alle parole, spesso inutili, spesso troppo pesanti. Le nove tracce, tutte strumentali (fatta eccezione per August: it’s not the right month e Ilona) di I plan on leaving tomorrow, definiscono un tessuto musicale che assume le sembianze di quella metafora assoluta che, non solo in ambito sonoro, il più delle volte partorisce prodotti brillanti ed emozionanti, sempre e comunque intelligenti: l’ossimoro. Che affascina proprio perché disorienta.
33 minuti di Romanticismo. Scomodate il significato letterario più che letterale del termine per etichettare il tutto perché è nella contraddizione e nel contrasto acceso la bellezza e non c’è nulla di più organico di una materia (sonora) eterogenea in cui disperazione e leggerezza sono la stessa cosa e in cui sbalzi improvvisi di temperatura ci fanno capire di avere ancora un corpo. L’ascolto è ostico ma se ne viene ripagati, soprattutto dalla sensazione di non aver ascoltato ancora con sufficiente attenzione, di non aver assorbito, per poi scioglierla, quella massa grumosa di suoni limpidi ma spesso aggressivi (vedi l’incedere progressivo fino alla loro climax di Hate g-eight e Excesses), di non essersi poi così tanto lasciati andare al caos emozionale ed emozionante che sfida l’ordine per 33 lunghi minuti, di non aver ancora raccolto del tutto le contrastanti suggestioni che ogni singola nota veicola.
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Ci sono musiche psicotropaiche, che hanno effetti collaterali ed incontrollabili e che scaldano con un tepore perverso le giornate più fredde e taglienti: l’ascolto è ostico perché ingestibile ed ingestibile perché ad essere coinvolti sono i sensi. C’è un prezzo da pagare; il rischio è di rimanere soli con sé stessi in un territorio sconosciuto e disarmante, nudi, a confrontarsi solo e soltanto con i propri demoni e le proprie scomode fragilità.
Ogni qualvolta ci si imbatte in una dolce distorsione che costruisce un’armonia sconnessa e free jazz (o post-rock?) si è consapevoli di essere sul punto di entrare in un territorio altro, fatto di suoni sovrapposti che cozzano tra loro e si fondono per rubare il ruolo, sulla grande ruota della comunicazione, alle parole, spesso inutili, spesso troppo pesanti. Le nove tracce, tutte strumentali (fatta eccezione per August: it’s not the right month e Ilona) di I plan on leaving tomorrow, definiscono un tessuto musicale che assume le sembianze di quella metafora assoluta che, non solo in ambito sonoro, il più delle volte partorisce prodotti brillanti ed emozionanti, sempre e comunque intelligenti: l’ossimoro. Che affascina proprio perché disorienta.
33 minuti di Romanticismo. Scomodate il significato letterario più che letterale del termine per etichettare il tutto perché è nella contraddizione e nel contrasto acceso la bellezza e non c’è nulla di più organico di una materia (sonora) eterogenea in cui disperazione e leggerezza sono la stessa cosa e in cui sbalzi improvvisi di temperatura ci fanno capire di avere ancora un corpo. L’ascolto è ostico ma se ne viene ripagati, soprattutto dalla sensazione di non aver ascoltato ancora con sufficiente attenzione, di non aver assorbito, per poi scioglierla, quella massa grumosa di suoni limpidi ma spesso aggressivi (vedi l’incedere progressivo fino alla loro climax di Hate g-eight e Excesses), di non essersi poi così tanto lasciati andare al caos emozionale ed emozionante che sfida l’ordine per 33 lunghi minuti, di non aver ancora raccolto del tutto le contrastanti suggestioni che ogni singola nota veicola.

