lunedì, gennaio 28, 2008

HOPI SU MARTELIVE.ORG

Sicuramente uno dei migliori gruppi di Clouds, l'EP rilasciato alcuni mesi fa al Traffic per la Raise Records. Questa combo romana ha macinato meglio e più in fretta di altre formazioni i sentieri post rock di Mogwai e Arab Strap intessendo canzoni che sono divine ossessioni. È un ascolto non facile quello dell'esordio dei Moka, a cui non è concessa alcuna disattenzione. Il gruppo di estrazione post-rock nel suo percorso si è contaminato con altre sensazioni shoegaze mantenendo sempre alti i minutaggi e le sensazioni trasmesse dai loro pezzi. Un vero e proprio cavallo di battaglia non c'è, essendo la formula musicale del gruppo diluita nel calderone dei nove pezzi che insieme raggiungono l'inusitata lunghezza di un'ora. Ma le aperture sonore di cui sono capaci questi quattro ragazzi lasciano presagire un futuro roseo nel solco dei gruppi che riprendono la lezione dei Radiohead (tanto per fare un nome che ne vale migliaia) spostandola sui territori del post rock più dilatato ed etereo. Ma non cercate i Radiohead qui dentro, non li trovereste. Se non fosse per le sensazioni trasmesse dai dieci lisergici minuti di Hopi's Butterfly. O per False Start: superbo prisma metà Contriva e metà Mùm. O per il finale ascensionale di Homeless Landscapes. Non c'è cosa più bella di un trip come questo, che vi colpirà fin dalla splendida cover di Susanna Campana, conosciuta artista dell'underground romano, che ritrae il suo simpatico animaletto mentre stira dopo aver bevuto la bevanda Moka. Da maneggiare con cautela!
HOPI SU BEAUTIFUL FREAKS

Post-rock e psichedelia a palate nel nuovo lavoro dei Moka, formazione romana dedita dal 2000 alla realizzazione di tracce strumentali curate fin nel minimo dettaglio. Qui anche la più piccola sfumatura, la nota più breve sembra essere ponderata e cesellata fino all'ultimo momento e il risultato è questo splendido lavoro che prendendo ogni volta spunto da un fraseggio o un piccolo tema riesce a dilatarlo e ad arricchirlo in modo tale da farne una piccola opera-rock senza, per fortuna, la magniloquenza e la pesantezza a cui tanto progressive tende ad abbandonarsi. "Sinfonie-indie" dal forte immaginario cinematografico tanto da essere state utilizzate anche per il corto "Fib1477" in concorso alla 63a edizione del cinema di Venezia. Una band da ascoltare attentamente! (a.p.)
RECENSIONE PAESITUOI.COM

Arriva ora nelle nostre mani, a un anno dalla effettiva registrazione, l'ultimo lavoro dei Moka, seguito del precedente "I plan on leaving tomorrow". Basterebbe la titanica "Hopi's Butterfly", o forse le altrettanto enormi "Homeless landscape" e "Panda Strip pt1", per cogliere l'essenza di Hopi: un lavoro, cioè, maniacale per quel che riguarda la cura del dettaglio, che si presta alla ricerca melodica pur senza evitare sentieri rumorosissimi e che racconta tante cose nonostante non vi sia spazio per la parola. Sta proprio qui la forza dei Moka: visto che attraverso il solo linguaggio strumentale si raggiunge una comunicatività capace di esprimere limpidamente sensazioni e sentimenti.
In Hopi, per prendere ad esempio un singolo ma importante aspetto, ogni nota richiama un tempo sempre trascorso, magari un passato appena prossimo, come a definire una mancanza, a evidenziare i contorni di un vuoto: tutto l'album è infatti una lunga e dilatata deriva malinconica. Una deriva che però si sviluppa attraverso un saliscendi emozionale: se è vero che le ampie e liquide distese sonore sono intervallate, anzi spezzate, da continue ripartenze che si trasformano improvvisamente in impennate sonore al confine del noise, man mano sempre più incalzanti e martellanti. E in questo altalenarsi di registri ciò che spiazza è la capacità dei Moka di sapere attendere, di prepararsi e prepararci lentamente allo schianto liberatorio contro barriere di rumore. Si tratta, è bene precisarlo, di una proposta non cacofonica bensì focalizzata su un rumore "morbido" e fruibile, così come ci ha abituato un gruppo quale i Mogwai. Ma qui interessa non tanto individuare i pur numerosi modelli di riferimento del gruppo romano, quanto registrare un processo di costruzione di un'identità, che nei Moka è costituita da percorsi sofferti che si sviluppano in tutta la loro essenza fino ad esaurirsi in monolitiche autostrade di rumore: per volerci trasmettere, in definitiva, una visione sonora romantica e malinconica, pacata ed infuocata al contempo. fbr
RECENSIONE KEEPON.IT

Ho conosciuto Cristian dei Moka ad un concerto dei Foo Fighters e non sono riuscito a complimentarmi abbastanza con lui perché ero appena stato derubato del mio portafoglio.
Lo voglio fare adesso parlando di Hopi, il loro nuovo prodotto uscito per la Mokadelic Dream.
Per gli amanti delle influenze e per chi vuole sapere prima di ascoltare a cosa andrà incontro, citerò gruppi come Motorpsycho, Slowdive, Mogwai, Godspeed You Black Emperor, My Bloody Valentine e Sigur Ros, tra i nomi più noti che vengono subito alla mente al primo ascolto.
Per chi invece vuole andare più in profondità, dirò che siamo in presenza di un fantastico quartetto romano post-rock strumentale nato nel 2000 e capace di suonare con le vibrazioni dell'anima, curando ogni minimo dettaglio tecnico anche quando gli intrecci musicali sembrano poter essere solo il frutto di improvvisazioni emotive.
Ecco allora i crescendo di Bahati Grace e Homeless Landscapes e le esplosioni improvvise di False Start e Panda Strip - part one. E il suono diventa così descrittivo che ti sembra di poter immaginare le sensazioni degli autori, fino a confonderle con le tue. E' allora che capisci perchè i Moka abbiano deciso di escludere il cantato dai loro pezzi. La loro capacità descrittiva risiede proprio nelle interpretazioni quasi allucinogene che riescono a tirarti fuori dall'anima e, non a caso, alcuni brani estratti dal nuovo lavoro compongono la colonna sonora del corto "fib1477" in concorso alla 63ª edizione del cinema di Venezia.
Perché alcuni musicisti sanno trasmettere molto e a volte la musica riesce a raccontare meglio delle parole. [Marco Manzella]
RECENSIONE HOPI SU ROCKIT

Nove suites sulle quali – dentro le quali – c'è un lavoro pazzesco. Dentro le quali il tanto decantato post-rock odierno diventa – muta in - sinfonia strumentale moderna. Si fa – definitivamente, senza scampo - Paesaggio. Paesaggio Sonoro.
Il dettaglio, ecco. Il dettaglio è la vera cifra del nuovo "Hopi". Le strutture, gli arpeggi, l'esplodere delle chitarre ("False Start", mostruosa), le intro allucinogene ("Panda Strip - part one", che poi esplode in una struttura massiccia) ed i bassi sempre discreti ma presenti: tutto è curato nel profondo. E in un genere come questo, se non c'è il dettaglio non c'è niente. Solo casino.
Il rumore del quartetto romano, invece, è gentile. Non è violento. Non è fastidioso. Non è un rumore "incompetente": è un rumore dotto, rotondo, levigato. Un rumore che viene esattamente come deve venire: pesante, potentissimo – "Panda Strip" in questo senso rimane il manifesto del disco. Ma levigato, che ti dà fiato, ti dà scampo - senti la post-coito "Bahati Grace" o "Highway Driver Son_G".
Certo, come no: parte sempre da lì, quel suono. Dai Mogwai, prima di tutto. Ma anche dai Godspeed You Black Emperor. E però c'è pure il lato "raffinatissimo", ovattato e vagamente psichedelico dei Sigur Rós e dei Múm, per dire. Oppure l'amore per il crescendo che – in particolare con l'ultimo disco – hanno dimostrato i monolitici Deus. Il riferimento non è uno, per fortuna: lo sviluppo è molteplice, per il genere abbastanza variopinto nelle conclusioni. Comunque velenoso.
Si, perché lo stratagemma è sempre quello: prendi una linea - uno straccio di motivo - la iteri e la arricchisci di nuove componenti nei dieci minuti successivi fino a farne appunto una moderna sinfonietta rock. Tutto ciò - per non farla lunga - i Moka lo fanno bene. Bene. Bene.
E si fanno appunto Paesaggio. Anche cinematografico. Non a caso sono invischiati in una serie di colonne sonore: dai corti ai film.
Perché nel loro suono c'è l'esatto contraltare fonico di una ricca gamma di Emozioni che spesso trova la più alta espressione solo nella Musica. In questa musica. Senza parole. E infatti, qui, le parole lasciano spazio. Lasciano la scena al devastante dettaglio del crescendo che riempie e struttura quegli "Homeless Landscapes" con cui l'esperienza si conclude. (01-03-2007) Pseudo (Simone 'Strummer' Cosimi).